giovedì 29 marzo 2012

Il tradimento del lavoro

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Il lavoro, quando c'è, è privato del suo ruolo sociale e della dignità, anche simbolica,che ha avuto finché è stato riconosciuto come elemento essenziale della nostra identità.Ma un lavoro subordinato al profitto,ridotto a mezzo per garantire la ricchezza di pochi e - nella migliore delle ipotesi - la semplice sussistenza degli altri, impoverisce la vita individuale e quella sociale. Insieme alle relazioni umane, il lavoro è alla base della nostra identità. Senza il rispetto delle attitudini, delle passioni e dell'intelligenza delle persone, il lavoro non contribuisce alla costruzione di una società,ma al massimo produce "aggregazioni",dove ciascuno trova posto (quando lo trova) non in base alle sue capacità ma alla sua funzionalità, valutata secondo principi di pura e semplice convenienza economica.
È il meccanismo che ha governato la cosiddetta flessibilità, concetto con cui per anni si sono giustificate le leggi-loro sì inflessibili- del mercato: la disponibilità delle persone ad adattarsi alle attività più disparate senza garanzie contrattuali e senza la possibilità di fare del lavoro il nucleo intorno a cui costruirsi sicurezza materiale e dignità sociale.
Sono i diritti a garantire la trasformazione dello sviluppo economico in progresso sociale. La disuguaglianza ,quindi, non è solo un'offesa alla loro sacralità, una lacerazione dell'etica. È un controsenso economico.La disuguaglianza non conviene a nessuno.L'attuale situazione di crisi è la dimostrazione di come un sistema fondato sulle disparità e su profitti non equamente distribuiti finisce per impoverire tutti.

Luigi Ciotti, La speranza non è in vendita, Edizioni Gruppi Abele Giunti 2011 pag.16-17